Dalla «nazione degli immigrati» all’America dei muri
Dalla «nazione degli immigrati» all’America dei muri
C’è una contraddizione nella storia americana contemporanea che merita di essere riletta attraverso le parole di John Fitzgerald Kennedy e, soprattutto, attraverso la storia della stessa famiglia Trump. Nel 1958, con A Nation of Immigrants, Kennedy ricordava una verità fondativa degli Stati Uniti: «Gli immigrati sono l’America». Oggi, a distanza di quasi settant’anni, l’America di Donald Trump sembra muoversi nella direzione opposta, facendo dell’immigrazione uno dei principali terreni dello scontro politico e trasformando il confine in una metafora della paura.

È una distanza politica, culturale e persino simbolica che racconta molto dell’evoluzione degli Stati Uniti. Kennedy guardava all’immigrazione come a una delle fonti della vitalità americana; Trump la presenta spesso come una minaccia alla sicurezza, all’identità nazionale e all’ordine sociale. Eppure, nella biografia dello stesso Trump, l’immigrazione non è una storia estranea: è una storia familiare.
Il nonno paterno del presidente americano, Friedrich Trump, nacque nel 1869 a Kallstadt, in Baviera. A soli sedici anni emigrò negli Stati Uniti, come milioni di europei che tra Ottocento e Novecento attraversarono l’Atlantico alla ricerca di lavoro, fortuna e di una nuova possibilità di vita. Quella scelta avrebbe contribuito, generazione dopo generazione, alla costruzione della famiglia dalla quale sarebbe nato il futuro presidente degli Stati Uniti.
La vicenda diventa ancora più significativa quando si ricorda che Friedrich Trump, dopo essere diventato ricco in America, tornò in Germania. Nel 1905 scrisse al principe reggente Luitpold di Baviera chiedendo di poter rimanere nel Paese. La sua richiesta, tuttavia, venne respinta e Friedrich fu costretto a rientrare negli Stati Uniti.
La storia assume così un’impressionante ironia. Il nonno di un presidente che ha costruito una parte importante della propria identità politica sulla promessa di contrastare l’immigrazione era, egli stesso, un emigrante. Un giovane europeo che lasciò la propria terra per l’America e che, molti anni dopo, cercò di tornare definitivamente nel Paese d’origine.
Non è naturalmente corretto sovrapporre automaticamente le scelte del nipote a quelle del nonno. Le società cambiano, cambiano le condizioni economiche, cambiano le paure e cambiano le politiche. Ma la memoria familiare può diventare uno straordinario strumento per interrogarsi sulle contraddizioni della storia.
Ed è proprio qui che torna Kennedy.
In A Nation of Immigrants, scritto nel 1958 e pubblicato nel clima politico che avrebbe preceduto la sua presidenza, Kennedy proponeva un’idea dell’America profondamente diversa da quella fondata sull’esclusione. Gli Stati Uniti, nella sua interpretazione, non erano una nazione costruita da un unico popolo omogeneo, ma il risultato dell’incontro fra uomini e donne provenienti da terre, lingue, religioni e culture differenti.
La stessa formula della «Nuova Frontiera», che avrebbe caratterizzato la campagna presidenziale del 1960, si inseriva in questa visione. La frontiera non era soltanto una linea geografica da difendere. Era soprattutto una sfida: costruire una società più giusta, ampliare i diritti, combattere le discriminazioni, distribuire più equamente il benessere e mantenere aperta la possibilità del cambiamento.
Kennedy non idealizzava necessariamente ogni aspetto dell’immigrazione. Il suo punto era più profondo: l’America non poteva comprendere se stessa senza riconoscere il contributo degli immigrati alla propria costruzione.
È una concezione che oggi appare quasi rivoluzionaria se confrontata con una parte del linguaggio politico americano contemporaneo.
L’America di Trump ha fatto dell’immigrazione uno dei simboli della propria battaglia politica. Il muro al confine con il Messico, le deportazioni, il rafforzamento dei controlli, la restrizione dell’ingresso e una retorica spesso durissima nei confronti dei migranti rappresentano l’altra faccia della storia americana: quella di un Paese che, insieme all’accoglienza, ha sempre conosciuto anche esclusioni, discriminazioni e paura dello straniero.
La contraddizione, però, non riguarda soltanto Trump.
Riguarda l’America intera e, più in generale, le società occidentali. Quando una comunità nazionale comincia a considerare l’immigrato soltanto come un problema, rischia di dimenticare che molte delle proprie città, industrie, università, imprese e culture sono state costruite attraverso successive ondate migratorie.
New York, Chicago, Boston, San Francisco: la storia americana è inseparabile dalla storia di milioni di persone arrivate dall’Europa, dall’Asia, dall’America Latina e dall’Africa. L’immigrazione ha portato conflitti e difficoltà, certamente, ma anche lavoro, imprenditorialità, innovazione, arte e trasformazione sociale.
La famiglia Trump stessa è un frammento di questa storia.
E c’è un’altra dimensione che rende il confronto ancora più interessante. Anche la famiglia della moglie di Donald Trump, Melania, affonda le proprie origini in Europa: Melania è nata nell’allora Jugoslavia, nell’odierna Slovenia, ed è diventata cittadina statunitense. Ancora una volta, la biografia personale entra in contatto con quella grande storia migratoria che ha trasformato gli Stati Uniti.
Per questo la frase di Kennedy continua a essere attuale. «Gli immigrati sono l’America» non è soltanto una frase celebrativa. È una domanda rivolta al presente: che cosa significa essere americani in una società nata dall’immigrazione?
La risposta non può essere soltanto geografica. Non basta dire chi è nato dentro o fuori un confine. Una nazione è anche il risultato dei contributi di chi arriva, lavora, studia, costruisce famiglie, apre imprese, paga tasse, partecipa alla vita civile e, nel tempo, diventa parte della comunità.
La storia di Friedrich Trump contiene dunque una lezione che va oltre Donald Trump. Ci ricorda che le migrazioni non sono un fenomeno estraneo alla storia occidentale: sono una delle sue componenti fondamentali.
Forse è proprio questa la grande ironia della storia. Un presidente che vuole rendere più difficile l’ingresso degli stranieri nella propria nazione porta nel proprio cognome la memoria di un giovane europeo che, a sedici anni, attraversò l’Atlantico per cercare fortuna.
E mentre l’America contemporanea torna a discutere di confini, deportazioni e identità, le parole di Kennedy continuano a porre una domanda scomoda: se gli immigrati hanno contribuito a fare l’America, dove finisce la difesa dell’identità nazionale e dove comincia la negazione della propria stessa storia?
La risposta, forse, non si trova né nei muri né negli slogan. Si trova nella memoria. Quella memoria che, prima o poi, torna sempre a bussare alla porta della politica.
Dalla «nazione degli immigrati» all’America dei muri
📚 Tre libri che permette di leggere il tema dell’immigrazione da prospettive diverse: geopolitica, storia politica e storia delle migrazioni nel Mediterraneo.
📘 1. I muri che dividono il mondo — Tim Marshall
Contenuto:
Tim Marshall, giornalista e analista di geopolitica, parte da un’immagine concreta e potente: il muro. Barriere fisiche, confini fortificati e frontiere militarizzate diventano lo strumento attraverso cui analizzare paure, rivalità geopolitiche, nazionalismi e trasformazioni del mondo contemporaneo. Il libro mostra come i muri non siano soltanto strutture di cemento o acciaio, ma rappresentino anche divisioni politiche, economiche, culturali e psicologiche.
Nel contesto dell’articolo, l’opera permette di comprendere il passaggio dall’idea di un mondo sempre più interconnesso alla nuova stagione dei confini chiusi. La frontiera tra Stati Uniti e Messico, le barriere europee lungo le rotte migratorie e le frontiere militarizzate sono manifestazioni diverse di una medesima tendenza: rispondere all’incertezza attraverso la separazione.
👉 Perché leggerlo:
È particolarmente utile per capire che il muro non risolve automaticamente le cause delle migrazioni. Può rallentare un attraversamento, modificare una rotta o produrre un effetto politico immediato, ma non elimina guerre, disuguaglianze, persecuzioni, crisi climatiche e aspirazioni individuali che spingono le persone a partire. Marshall aiuta quindi a leggere criticamente la politica dei confini e la crescente trasformazione della sicurezza in una questione identitaria.
📙 2. La nuova frontiera — John Fitzgerald Kennedy
Contenuto:
Il volume raccoglie discorsi e scritti di John Fitzgerald Kennedy e restituisce il nucleo politico e culturale della sua idea di America. La «nuova frontiera» non è semplicemente una nuova conquista territoriale, ma una sfida democratica: combattere le discriminazioni, ampliare i diritti, ridurre le disuguaglianze e costruire una società capace di guardare al futuro.
Particolarmente significativo è il testo A Nation of Immigrants, nel quale Kennedy interpreta la storia degli Stati Uniti attraverso le successive ondate migratorie. L’immigrazione non viene considerata una parentesi della storia americana, ma uno degli elementi attraverso cui la nazione si è formata.
👉 Perché leggerlo:
È il libro più direttamente collegato alla domanda centrale dell’articolo: che cosa rimane dell’idea di un’America costruita dagli immigrati? Leggere Kennedy oggi, nell’epoca della politica dei muri, delle deportazioni e della crescente polarizzazione sul tema migratorio, significa confrontare due concezioni molto differenti dell’identità americana.
Il valore del libro è anche storico: permette di ricordare che l’idea degli Stati Uniti come «nazione di immigrati» non nasce nella contemporaneità, ma appartiene a una precisa tradizione politica americana.
📕 3. Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale — Luca Misculin
Contenuto:
Luca Misculin affronta il Mediterraneo centrale non soltanto come spazio geografico, ma come luogo attraversato nei secoli da commerci, guerre, migrazioni, scambi culturali e trasformazioni politiche. Il mare che oggi associamo soprattutto alle tragedie delle traversate migratorie viene restituito alla sua dimensione storica: una frontiera mobile e, contemporaneamente, un ponte fra popoli.
Questa prospettiva è fondamentale per comprendere le migrazioni contemporanee verso l’Europa. Il Mediterraneo non è nato come una barriera tra Africa ed Europa. È stato per millenni uno spazio di circolazione di persone, merci, lingue, religioni e idee.
👉 Perché leggerlo:
Il libro permette di superare la rappresentazione dell’immigrato come figura improvvisamente comparsa sulle coste europee. Dietro ogni rotta migratoria esistono una storia, una geografia e una rete di rapporti che precedono l’attuale emergenza politica.
È inoltre una lettura preziosa per mettere in discussione la contrapposizione semplicistica tra «noi» e «loro». Il Mediterraneo racconta infatti una storia nella quale le identità europee, nordafricane e mediorientali si sono continuamente incontrate, mescolate e trasformate.
Tre libri, una domanda comune
Letti insieme, questi tre volumi costruiscono una sorta di itinerario ideale. Marshall mostra il ritorno dei muri e delle frontiere; Kennedy ricorda l’idea di una nazione costruita dall’immigrazione; Misculin allarga lo sguardo al Mediterraneo, dimostrando quanto siano antiche e profonde le relazioni fra le due sponde.
È proprio questo confronto a rendere i tre libri particolarmente attuali. La questione migratoria non può essere ridotta né alla sola sicurezza né alla sola solidarietà. È contemporaneamente una questione geopolitica, economica, storica, demografica e culturale.
E soprattutto obbliga l’Occidente a confrontarsi con una domanda difficile: quanto può una società costruire muri senza finire per cancellare una parte della propria stessa storia?
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