Consultori in crisi: sempre meno risorse e personale disponibile

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Consultori in crisi: sempre meno risorse e personale disponibile

I consultori in Italia rappresentano un servizio pubblico cruciale, offrendo visite mediche, screening e consulenze gratuite su tematiche di salute sessuale, riproduttiva, psicologica e familiare. Nonostante la loro importanza, questi centri sanitari territoriali sono in declino, con un numero sempre più ridotto di strutture e personale, e sedi spesso fatiscenti. Chi ci lavora continua a farlo con dedizione, resistendo nonostante le difficoltà, consapevole dell’aiuto prezioso che forniscono a donne, famiglie e minori.

Consultori in crisi: sempre meno risorse e personale disponibile

Secondo i dati più recenti, risalenti al 2018-2019, l’Italia conta circa 1.800 consultori, ben al di sotto di quanto previsto dalla legge che ne richiederebbe uno ogni 20.000 abitanti. In realtà, si arriva a una media di un consultorio ogni 32.325 abitanti, con solo tre regioni – Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Umbria – che rispettano il criterio stabilito. Da allora, la situazione è ulteriormente peggiorata, con un ulteriore calo del numero di consultori attivi. Questo declino è un duro colpo per il sistema di assistenza che questi centri garantiscono, specialmente per le fasce più vulnerabili della popolazione.

I consultori sono luoghi di accoglienza e assistenza, offrendo prestazioni sanitarie gratuite, tra cui la prevenzione oncologica, l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) e il supporto psicologico per chiunque ne abbia bisogno, comprese le vittime di violenza. Sono frequentati da persone di ogni età, incluse molte adolescenti che cercano un aiuto psicologico. Attraverso il percorso offerto, spesso trovano il coraggio di aprirsi e di affrontare le difficoltà personali, talvolta con il coinvolgimento delle proprie famiglie. Tuttavia, l’offerta di servizi è compromessa dalla riduzione del personale: i consultori accorpati perdono personale, senza che venga adeguatamente sostituito.

Dal 2020, nei consultori è possibile somministrare la pillola RU486 per l’aborto farmacologico, ma anche questo servizio fondamentale è ostacolato da prassi complicate che allungano il percorso delle donne. Prima di ricevere la pillola, le donne devono sottoporsi a una serie di colloqui, con assistenti sociali e psicologi, prima di poter accedere alla visita medica. Questo, in alcune regioni, è aggravato dal numero elevato di obiettori di coscienza, con 11 regioni italiane che hanno almeno un ospedale con il 100% di medici obiettori. Questo rende difficile, se non impossibile, accedere al diritto all’aborto sancito dalla legge 194.

Secondo l’ultima relazione del ministero della Salute, presentata nel 2023, solo il 68,4% dei consultori ha offerto consulenze e rilasciato certificati per l’interruzione di gravidanza nel 2021. Inoltre, gruppi anti-scelta come i Pro-Vita sono spesso presenti all’esterno degli ospedali, cercando di convincere le donne a non abortire, offrendo supporto economico e mostrando immagini drammatiche.

Ogni consultorio dovrebbe avere almeno quattro figure professionali – ginecologo, psicologo, ostetrica e assistente sociale – ma solo la metà delle strutture in Italia soddisfa questo standard. I consultori, nati nel 1975, hanno visto gran parte del personale andare in pensione senza un adeguato ricambio generazionale. Questo depotenziamento coincide con la crescente presenza di strutture private, che richiedono il pagamento per servizi che dovrebbero essere garantiti a tutti, mettendo ulteriormente a rischio l’accesso universale alla salute pubblica.

Il declino dei consultori è sintomatico di una disattenzione politica verso queste istituzioni fondamentali, che da quasi cinquant’anni offrono un supporto essenziale alle persone, in particolare alle donne, in un contesto sociale sempre più complesso.

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