2025 Morire di lavoro: una tragedia che non smettiamo di raccontare

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2025 Morire di lavoro: una tragedia che non smettiamo di raccontare

La mattina del 17 luglio 1988, al confine tra Massa e Carrara, un’esplosione nello stabilimento Montedison squarciò il silenzio estivo e rivelò, ancora una volta, quanto fragile fosse la promessa di sicurezza sul lavoro. Un serbatoio di pesticidi altamente nocivi trasformò il polo industriale in un inferno, richiamando alla memoria la “nuova Seveso”. Allora, la stampa ne parlò con toni accesi, ma dopo qualche mese il rumore scemò. Oggi, a distanza di decenni, quella vicenda appare come una sinistra anticipazione di ciò che in Italia continua ad accadere: morire di lavoro, come se fosse inevitabile.

2025 Morire di lavoro: una tragedia che non smettiamo di raccontare

La cronaca non lascia tregua. Solo negli ultimi mesi, la lista delle vittime sul lavoro si è allungata come un rosario doloroso: operai caduti dai ponteggi, camionisti schiacciati dai loro stessi mezzi, braccianti stroncati da ondate di calore mentre raccoglievano frutta nei campi del Sud. Ogni giorno, almeno tre vite spezzate. È come se vivessimo in un Paese che non ha imparato nulla dalle tragedie del passato, dove la sicurezza resta un lusso e la prevenzione un capitolo sempre sacrificabile dei bilanci.


Una divinità sanguinaria

“Il lavoro era totalizzante, una divinità sanguinaria che richiedeva sempre nuove vittime. Come soldati in guerra, nient’altro che sacrificabili soldati che dovevano soltanto badare a riportare a casa la pelle.” Così raccontava un ex operaio del polo chimico apuano, rievocando il clima di paura che si respirava negli stabilimenti. Parole dure, che suonano incredibilmente attuali.

Perché ancora oggi il lavoro sembra esigere sacrifici umani, proprio come negli anni Ottanta. Nonostante le tecnologie, nonostante le normative, nonostante i proclami. La logica del profitto continua a prevalere sulla dignità delle persone. Gli incidenti diventano quasi “costi collaterali” accettati in silenzio. E la società, troppo spesso, si abitua a questa strage silenziosa.


Una normalità distorta

Perché in Italia abbiamo accettato l’idea che sia normale morire di lavoro? La risposta sta forse nella memoria corta di un Paese che si commuove per pochi giorni e poi volta pagina. Sta nell’indifferenza con cui ci si abitua ad avvelenare aria e acqua, a consumare paesaggi di straordinaria bellezza per alimentare fabbriche tossiche, a sacrificare intere comunità sull’altare di un’industrializzazione senza regole.

La storia di Montedison, con i suoi serbatoi esplosivi e le sue lotte operaie dimenticate, è solo un capitolo di un libro ancora aperto. Oggi gli scenari sono diversi, ma le dinamiche non sono cambiate. Che sia un cantiere per l’alta velocità, una piattaforma logistica, un campo agricolo o un capannone industriale, la logica resta la stessa: la produzione prima di tutto.


Le nuove morti bianche

Dal 1° gennaio 2025, in Italia sono morti 873 lavoratori, di cui 621 sul posto di lavoro, con una media di una morte ogni 6 ore. Se si considerano solo i dati INAIL, che escludono migliaia di lavoratori non assicurati o assicurati con altri enti, le denunce al 30 maggio 2025, comprensive di itinere, risultano invece, in un’enorme sottostima, appena 389. Numeri che, letti così, restano freddi, quasi anonimi. Eppure dietro ogni cifra c’è un nome, un volto, un’età. Spesso giovanissima, come nel caso di Matteo, 19 anni, morto in un cantiere edile a Bologna a luglio. Oppure quella di Souleymane, 32 anni, originario del Mali, deceduto mentre raccoglieva angurie sotto un sole implacabile a Foggia. Storie diverse, ma unite da un filo rosso: la precarietà e l’assenza di tutele.

Ecco perché è fondamentale che i media e i giornalisti smettano di limitarsi a snocciolare statistiche. Servono nomi, volti, storie. Perché è l’empatia, non i numeri, a smuovere coscienze e politica.


Il paradosso tecnologico

Viviamo nell’epoca della tecnologia più avanzata, dei robot, dell’intelligenza artificiale, dei sistemi di monitoraggio predittivo. Eppure moriamo ancora come negli anni Settanta, cadendo da un’impalcatura o respirando veleni. È un paradosso che denuncia un vuoto enorme: la tecnologia c’è, ma non viene messa al servizio della sicurezza.

Troppo spesso gli investimenti si concentrano sulla produttività e sull’automazione, dimenticando che il primo capitale da proteggere è quello umano. Così, mentre l’Occidente si interroga su droni e algoritmi, un operaio muore perché la cintura di sicurezza non era stata consegnata, o perché il turno di lavoro era troppo lungo per restare lucidi.


Un’eredità culturale da spezzare

Dietro a tutto questo c’è anche una questione culturale. Per generazioni, l’idea del lavoro come sacrificio ha permeato l’immaginario italiano. Si è pensato che la fatica e persino il rischio fossero parte del “mestiere”, da sopportare in silenzio. Ma oggi, nel 2025, questa eredità non è più sostenibile.

Occorre rovesciare la prospettiva: la sicurezza non è un costo ma un diritto; la salute non è un optional ma un fondamento; la vita non è sacrificabile in nome del profitto.


Cosa fare

La domanda che resta sospesa è sempre la stessa: cosa possiamo fare? Le risposte non mancano. Rafforzare i controlli, rendere più severe le sanzioni, investire nella formazione e nella prevenzione. Ma soprattutto, costruire una cultura nuova, in cui il lavoro non sia più un campo di battaglia ma un luogo di dignità.

Il 27 agosto 2025 ci troviamo davanti a un bivio: continuare a considerare normale la strage quotidiana o scegliere finalmente di fermarla. Non si tratta solo di norme e procedure, ma di volontà politica, di responsabilità imprenditoriale, di coscienza collettiva.

Perché, come scriveva lo scrittore che raccolse la testimonianza degli ex operai di Massa, “una società che accetta di sacrificare i suoi figli al lavoro non è una società che costruisce futuro”.

2025 Morire di lavoro: una tragedia che non smettiamo di raccontare

Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano in profondità il tema del lavoro, delle morti bianche e della condizione operaia:

  1. Marco Rovelli – Morire di lavoro (Feltrinelli) – Un’inchiesta coraggiosa e dolorosa che dà voce alle vittime del lavoro e alle loro famiglie. Rovelli racconta le storie di chi è morto in fabbrica, in cantiere o nei campi, denunciando un sistema che considera normale il sacrificio umano in nome del profitto.
  2. Simone Weil – La condizione operaia (Adelphi) – Una delle più potenti riflessioni filosofiche e testimonianze dirette sulla vita in fabbrica. Weil, lavoratrice alla catena di montaggio negli anni ’30, descrive dall’interno l’alienazione, la fatica e la perdita di dignità che il lavoro industriale impone. Un testo che mantiene intatta la sua forza anche oggi.
  3. Robert Canesi – Morti sul lavoro. La punta dell’iceberg – Un testo recente che mette in evidenza come le morti sul lavoro rappresentino solo la parte visibile di un fenomeno ben più ampio e strutturale. Canesi approfondisce le dinamiche culturali, politiche ed economiche che permettono a queste tragedie di continuare, troppo spesso ignorate o minimizzate.

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