Sicurezza e libertà: due stagioni della Repubblica a confronto

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Sicurezza e libertà: due stagioni della Repubblica a confronto

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui la parola sicurezza diventa una lente deformante: tutto passa di lì, ogni problema sembra chiedere una risposta penale, ogni conflitto sociale viene letto come minaccia all’ordine pubblico. L’Italia ha già attraversato una stagione simile. Era quella degli anni di piombo, del terrorismo, delle Brigate Rosse. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, una nuova sequenza di decreti ripropone quella stessa parola d’ordine, ma in un contesto radicalmente diverso. Mettere a confronto queste due stagioni serve non per indulgere nella nostalgia o nell’allarmismo, ma per misurare lo spirito costituzionale che anima le leggi sulla sicurezza.

Sicurezza e libertà: due stagioni della Repubblica a confronto

La “Legge Cossiga”: l’emergenza come eccezione

Tra il 1979 e il 1980 l’Italia era ancora sotto shock. Il terrorismo colpiva magistrati, politici, giornalisti, forze dell’ordine. Lo Stato reagì con un pacchetto normativo noto come “Legge Cossiga”: il decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito nella legge 6 febbraio 1980, n. 15, promosso dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga.

Era una legge durissima, forse la più stringente mai approvata in tempo di pace. Concedeva nuovi e ampi poteri alle forze dell’ordine, giustificati da una situazione che metteva realmente in discussione la tenuta democratica dello Stato. Tra i punti più controversi, l’estensione delle possibilità di ispezioni e perquisizioni senza autorizzazione preventiva, in caso di urgenza, su interi edifici, isolati o zone. Nel dibattito pubblico si parlò di “perquisizioni a tappeto”, persino di controlli su interi quartieri.

Eppure, qui sta il punto decisivo, quelle misure rimasero in gran parte sulla carta. Non perché mancasse la volontà politica, ma perché esisteva una consapevolezza diffusa: spingersi fino a controlli generalizzati avrebbe significato entrare in rotta di collisione con gli articoli 13 e 14 della Costituzione, quelli che tutelano la libertà personale e l’inviolabilità del domicilio. Lo Stato scelse altre strade: indagini mirate, intelligence, il ruolo decisivo dei “pentiti”, un uso selettivo – e non indiscriminato – dei poteri straordinari.

La “Legge Cossiga” resta così una norma d’urgenza portata al limite, ma ancora inscritta dentro una logica di eccezione temporanea. Il nemico era identificabile, armato, violento. E proprio per questo, paradossalmente, la compressione delle libertà fu accompagnata da una costante preoccupazione di legittimità costituzionale.

I decreti sicurezza di oggi: l’emergenza permanente

Ben diverso appare il quadro attuale. Dal 2022 in poi, con il governo guidato da Giorgia Meloni, si è susseguita una serie impressionante di decreti sicurezza, ciascuno presentato come risposta necessaria a un’emergenza specifica, ma tutti riconducibili a un’unica visione dell’ordine pubblico.

Si parte dal decreto “anti-rave” (DL 162/2022), entrato in vigore a Capodanno 2023: una norma simbolicamente fortissima, praticamente poco applicata, ma capace di segnare un confine generazionale e culturale. Segue il Decreto Cutro (DL 20/2023), sull’onda di un naufragio che ha causato almeno 180 morti, con l’inasprimento delle pene contro gli scafisti e una stretta sull’immigrazione irregolare. Poi il Decreto Caivano (DL 123/2023), che trasforma un drammatico fatto di cronaca in una risposta penale generalizzata contro la cosiddetta criminalità giovanile.

Il punto di arrivo è il DL 48/2025, convertito nella legge 80/2025: una dozzina di nuovi reati, l’inasprimento di pene esistenti, l’estensione della punibilità alla resistenza passiva, misure su carceri e istituti detentivi. A questi si aggiungono norme contro l’“imbrattamento”, che colpiscono in modo diretto gli attivisti ambientalisti, protagonisti di proteste dichiaratamente nonviolente.

Una differenza di spirito

Il confronto con la stagione della “Legge Cossiga” è impietoso. Allora lo Stato reagiva a una minaccia armata e organizzata; oggi, il bersaglio sembra essere un insieme eterogeneo di giovani, migranti, manifestanti, attivisti, categorie dipinte come fattori di disordine. L’emergenza non è più un’eccezione, ma una condizione permanente, utile a giustificare un’espansione continua del diritto penale.

C’è una differenza ancora più profonda. Negli anni Settanta, pur tra mille contraddizioni, la sicurezza era pensata come difesa della Repubblica. Oggi appare sempre più come imposizione di un ordine pubblico ideale, ideologicamente connotato. Non a caso, come ha osservato l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, moltiplicare i reati serve spesso a eludere le domande decisive sul vivere associato.

Tornare ai “buoni conflitti”

Viene allora spontaneo richiamare Niccolò Machiavelli, spesso evocato a sproposito dalla retorica nazionalista. Per il pensatore fiorentino, i conflitti – i tumulti – erano il motore delle buone leggi repubblicane. Oggi, invece, conflitti democratici anche marginali producono decreti-legge affrettati, liberticidi, che scambiano il dissenso per minaccia.

La vera sfida non è scegliere tra sicurezza e libertà, ma scrivere buone leggi capaci di tenere insieme entrambe. Questo richiede una chiamata collettiva a chi crede ancora nel garantismo costituzionale come terreno comune di confronto. Perché una democrazia non si misura da quante proteste riesce a reprimere, ma da quante riesce a comprendere senza rinunciare a se stessa.

Sicurezza e libertà: due stagioni della Repubblica a confronto

Tre libri che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi del terrorismo, della sicurezza e delle risposte dello Stato (tra storia, politica e memoria), adatti a chi vuole approfondire il periodo della “Legge Cossiga” e le questioni di libertà costituzionale ad esso collegate:

📚 1. Brigate Rosse. Storia del partito armato dalle origini all’omicidio Biagi (1970–2002)Pino Casamassima

Una delle monografie più complete e aggiornate sulla storia delle Brigate Rosse, dalla nascita alla fine dell’organizzazione terroristica. Attraverso ampio materiale documentario e fonti originali, Casamassima ricostruisce gli sviluppi politici, strategici e sociali del terrorismo in Italia, con uno sguardo critico sugli strumenti di repressione e sicurezza adottati dallo Stato e sull’impatto di tali misure sulla società italiana.

📚 2. Terrorismo italiano (con testo di Edoardo Albinati) – a cura di Giovanni Bianconi

Saggio agile ma solido che offre una panoramica storica e analitica degli anni di piombo e del fenomeno terroristico italiano. Il volume esplora le radici ideologiche, gli eventi più significativi e le risposte istituzionali, mettendo in luce come lo Stato abbia cercato di bilanciare la sicurezza con le garanzie costituzionali.

📚 3. La strategia della paura. Eversione e stragismo nell’Italia del NovecentoAngelo Ventrone

Un classico della storiografia sul terrorismo, che analizza come lo Stato italiano abbia risposto al terrorismo tra servizi segreti, politiche di sicurezza e relazioni istituzionali. Ventrone contestualizza sia l’uso di poteri straordinari (come quelli della “Legge Cossiga”) sia il dibattito culturale e politico sull’equilibrio tra ordine pubblico e diritti civili garantiti dalla Costituzione. (Consigliato come approfondimento critico, anche se fuori cataloghi universitari è spesso citato nelle bibliografie specialistiche.)

Nota: oltre a questi testi, esistono memoir, testimonianze e studi specifici (per esempio saggi su singole organizzazioni o su eventi come il sequestro Moro o la strage di Piazza Fontana) che possono completare il quadro storico e critico offerto da questi tre volumi.

Sicurezza e libertà: due stagioni della Repubblica a confronto

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