Made in Italy: acquisizioni estere, industria debole e poca politica
Made in Italy sotto pressione: tra acquisizioni straniere, industria in affanno e la sfida di una politica industriale che non c’è
Nel giro di un solo anno, 429 imprese italiane sono passate in mani straniere. Un numero che pesa come un macigno sul dibattito pubblico e che racconta più di mille slogan sullo stato reale del Made in Italy. Mentre la produzione industriale segna il terzo anno consecutivo in rosso (-0,2%), e la cassa integrazione cresce del 10% nel solo 2025, la domanda diventa inevitabile: che cosa sta succedendo al cuore produttivo del Paese? E soprattutto, cosa può e deve fare l’Italia per evitare una lenta ma costante perdita di sovranità industriale?

La fine di un ciclo (e di un modello)
La crisi non nasce oggi. L’industria italiana sconta una fragilità strutturale che affonda le radici nella crisi del 2007-2008. In diciotto anni il Paese ha perso quasi un quarto della produzione industriale, un dato che non ha eguali tra le grandi economie europee. Ma a differenza di Francia e Germania, dove il credito alle imprese è cresciuto rispettivamente del 70% e del 53%, in Italia i prestiti sono crollati del 31%. Meno credito significa meno investimenti, meno innovazione, meno capacità di competere.
A questo si aggiunge un passaggio generazionale critico: molte imprese familiari, nate nel dopoguerra, sono guidate da imprenditori anziani e chiamate a trasferire il testimone in un’epoca di transizione tecnologica che richiede capitali, competenze e visione strategica. Quando questi elementi mancano, l’ingresso di capitali stranieri diventa non una scelta, ma una necessità.
Acquisizioni: opportunità o colonizzazione?
I numeri parlano chiaro. Secondo Mediobanca, le aziende medio-grandi a controllo estero rappresentano oggi oltre il 34% del fatturato nazionale. Nel solo 2024, le operazioni di fusione e acquisizione hanno raggiunto un valore record di 36,2 miliardi di euro. Iveco, Comau, Piaggio Aerospace, Bialetti, Etro, Golden Goose, Tim, Ita Airways: nomi simbolo di settori strategici e dell’immaginario italiano.
Non tutte le acquisizioni sono negative. Ci sono casi virtuosi, come Lamborghini sotto Audi o Ansaldo Breda con Hitachi Rail, dove il marchio è stato valorizzato e la produzione mantenuta in Italia. Ma esistono anche esempi allarmanti, come Nerviano Medical Sciences, dove il rischio concreto è la perdita di ricerca, competenze e occupazione qualificata. Il punto non è demonizzare il capitale estero, ma governarlo.
Politiche industriali a singhiozzo
Qui emerge il vero nodo politico. L’Italia non sembra avere una strategia industriale coerente. Gli incentivi vanno e vengono: prima il credito d’imposta, poi l’iperammortamento; prima il fondo automotive, poi i tagli; prima gli incentivi alle ibride, poi lo stop, poi il ritorno all’elettrico con fondi Pnrr. Il risultato è un clima di incertezza cronica, che scoraggia investimenti di lungo periodo.
Il costo dell’energia, superiore del 30% alla media europea, resta uno dei principali freni. Le soluzioni sono note – disaccoppiamento del prezzo dell’energia, riduzione del costo del gas – ma i decreti restano nei cassetti. Nel frattempo, Stellantis invita i fornitori italiani a produrre in Algeria, mentre la componentistica nazionale perde il 15% del fatturato in due anni.
Industria in affanno, lavoro in bilico
Il rallentamento industriale ha effetti diretti sul lavoro. Nel 2025 sono state autorizzate quasi 560 milioni di ore di cassa integrazione, con un’esplosione della cassa straordinaria (+58%), segnale di crisi strutturali e non temporanee. I tavoli di crisi aperti al Mimit coinvolgono oltre 130mila lavoratori. È la fotografia di un sistema che fatica a reggere l’urto della competizione globale.
Eppure, qualche segnale positivo c’è: la farmaceutica cresce del 24%, l’automotive rimbalza su base annua, il Pil italiano segna un +0,7% nel 2025, meglio della Germania. Ma sono fiammate settoriali, non il frutto di una visione d’insieme.
Cosa dovrebbe fare l’Italia
La lezione è chiara: senza una politica industriale stabile, il Made in Italy rischia di diventare solo un marchio da vendere. Servono almeno cinque azioni concrete:
- Definire settori strategici (energia, automotive, farmaceutica, digitale, difesa) e concentrare lì risorse e competenze.
- Stabilizzare gli incentivi: meno misure, ma pluriennali e prevedibili.
- Ridurre strutturalmente il costo dell’energia, rendendo competitive le produzioni interne.
- Rafforzare il credito alle imprese e il mercato dei capitali, evitando la fuga da Piazza Affari.
- Condizionare le acquisizioni straniere alla tutela di occupazione, ricerca e filiere produttive in Italia.
Il Made in Italy non si difende con gli slogan, ma con scelte politiche coerenti e di lungo periodo. Altrimenti, il rischio è che tra qualche anno resti solo l’etichetta, mentre il “fatto in Italia” continuerà lentamente a scomparire.
Made in Italy: acquisizioni estere, industria debole e poca politica
Tre libri che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi al centro dell’articolo: crisi industriale italiana, delocalizzazione, politiche industriali, competitività, ruolo delle imprese e impatto economico e sociale delle dinamiche globali. Questi testi possono costituire una base solida per analisi, dossier e approfondimenti editoriali.
📘 1. La crisi dell’economia italiana diversamente spiegata da noi
Autori: Fabio Prestopino, Paola Mascherin, Enrica Franzese, e altri
Un libro collettivo molto attuale che rompe con molte narrazioni convenzionali sulla crisi economica italiana. Gli autori analizzano in modo critico le cause strutturali del declino produttivo, la discesa dell’industria e la difficoltà di competere in un sistema globale sempre più polarizzato. In particolare, il volume mette in relazione i problemi industriali, l’erosione del mercato interno, la perdita di investimenti e le politiche pubbliche episodiche. Offre una visione interdisciplinare che unisce economia politica, sociologia del lavoro e analisi delle politiche pubbliche.
🔎 Temi chiave trattati
- spiegazioni alternative alla crisi produttiva italiana
- ruolo dello Stato e politiche pubbliche inefficienti
- globalizzazione e competitività delle PMI
- capitale, innovazione e mercato interno
👉 Perché leggerlo: aiuta a comprendere la crisi dell’industria italiana non solo come fenomeno economico, ma come risultato di dinamiche complesse e stratificate.
📘 2. L’impero minore. Crisi industriale e crisi democratica nell’Unione europea
Autore: Sergio Giraldo
Giraldo propone una lettura critica e ampia della situazione europea, mettendo in relazione la crisi industriale con la crisi democratica. Il concetto di “impero minore” descrive un’Unione Europea in cui poteri economici e logiche di mercato prevalgono su politiche pubbliche che favoriscano sviluppo e coesione. L’autore analizza anche come specifici paesi membri, Italia inclusa, si trovino in posizione subordinata nel quadro globale, con effetti sulle proprie capacità produttive e sulle politiche industriali.
🔎 Temi chiave trattati
- struttura dell’economia europea e polarizzazione tra paesi forti e deboli
- crisi industriale e perdita di capacità strategica
- legame tra crisi economica e legittimazione democratica
- dinamiche di potere nella governance europea
👉 Perché leggerlo: offre una chiave interpretativa più ampia, che collega le difficoltà italiane a tendenze strutturali nel sistema euro-continentale.
📘 3. Economia e politica industriale. Organizzazione della produzione, innovazione e politiche di interesse pubblico
Autori: Marco R. Di Tommaso, Lauretta Rubini, Elisa Barbieri e altri
Un testo di riferimento per comprendere le dinamiche dell’organizzazione produttiva, dell’innovazione tecnologica e delle politiche pubbliche industriali. Di Tommaso e coautori offrono una panoramica sistematica delle teorie e delle pratiche di politica industriale applicabili alle economie contemporanee, con riferimenti specifici ai contesti italiano ed europeo. Si occupa di come lo Stato può intervenire – in modo efficace – per sostenere settori strategici, creare ecosistemi di innovazione e competere in un mercato internazionale.
🔎 Temi chiave trattati
- politica industriale e sviluppo economico
- innovazione tecnologica e competitività
- governance delle imprese e organizzazione produttiva
- strumenti pubblici per la crescita e il sostegno delle filiere
👉 Perché leggerlo: fornisce strumenti concettuali e operativi per riflettere su come l’Italia potrebbe costruire politiche industriali più coerenti e orientate al futuro.
📌 Perché questi libri
Questi volumi offrono una visione articolata e critica delle principali questioni emerse nell’articolo:
- cause strutturali della crisi produttiva italiana;
- ruolo delle dinamiche globali e della UE nella perdita di capacità industriale;
- cambiamenti nella composizione proprietaria delle imprese italiane e impatto sulla sovranità produttiva;
- politiche pubbliche e industriali efficaci (o inefficaci) per sostenere innovazione, competitività e produttività;
- collegamenti tra declino industriale, dinamiche democratiche e sviluppo socio-economico.
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