La guerra: Ammonizione di Valéry tragicamente attuale oggi
La guerra: Ammonizione di Valéry tragicamente attuale oggi
Mentre il mondo sembra avvitarsi in un groviglio di crisi e conflitti, le parole di Paul Valéry riecheggiano con forza sorprendente: “La guerra è un posto dove i giovani che non si conoscono e non si odiano, si uccidono, in base alle decisioni prese da vecchi che si conoscono e si odiano, ma non si uccidono”. Mai come oggi, questa ammonizione appare tragicamente attuale.
La guerra: Ammonizione di Valéry tragicamente attuale oggi

Sul fronte mediorientale, l’annuncio che Israele si prepara a occupare nuovamente la Striscia di Gaza è il segno di un’escalation che, se realizzata, getterebbe altra benzina sul fuoco di un conflitto che ha già mietuto decine di migliaia di vittime civili negli ultimi due anni. Non è soltanto una guerra tra eserciti organizzati, ma un vero e proprio teatro di sofferenze quotidiane: donne e bambini intrappolati in città ridotte a macerie, infrastrutture sociali distrutte, ospedali privi di energia elettrica e medicine. Il piano militare di Tel Aviv, sostenuto da alleati potenti, mira a sradicare definitivamente le milizie che ancora resistono, ma il prezzo da pagare rischia di essere altissimo in termini di vite umane e di ulteriore radicalizzazione delle nuove generazioni.
Nel cuore dell’Europa, il conflitto tra Russia e Ucraina non accenna a placarsi. Dopo oltre tre anni di scontri, il Donbass continua a essere diviso da trincee e sbarre, con esodi di massa verso ovest e una resistenza ucraina che, pur eroe, paga ogni giorno un tributo in sangue. La controffensiva di Kiev di inizio primavera 2025 ha riguadagnato terreno, ma Mosca risponde con massa di fuoco d’artiglieria e droni kamikaze. In questo scenario, l’Unione Europea e la NATO restano divise su quanto spingere sulla linea del fronte e su quanto, invece, concentrare risorse sul sostegno umanitario e sulla ricostruzione post-bellica. Intanto, un’istantanea del conflitto restituisce il volto sfigurato dei villaggi e dei bambini con gli occhi colmi di terrore, testimoni di una guerra che non risparmia nulla.
Non solo Ucraina e Medio Oriente. In Etiopia, la guerra civile nel Tigrè è ripresa con violenza dopo mesi di tregua formale: si combatte per il controllo delle vie di approvvigionamento dell’acqua e dei corridoi commerciali verso il Mar Rosso. In Sudan, i contrasti tra fazioni militari hanno trasformato Khartum in una zona di guerra urbana, con barricate, cecchini e una diaspora che vede migliaia di profughi fuggiti nel deserto o in campi di fortuna. Nel Sahel, i gruppi jihadisti continuano a seminare il terrore tra Niger, Mali e Burkina Faso, dimostrando come il collasso dello stato e la povertà possano generare nuove violenze. Sul fronte indo-pacifico, Taiwan resta sotto la minaccia di Pechino, che ha intensificato le esercitazioni navali e aeree nello Stretto, alimentando il rischio di uno scontro tra superpotenze.
In questo coro assordante di bombe e eserciti, la guerra non è mai un incidente della storia, ma una malattia endemica dell’umanità. I vecchi, ai vertici dei governi e delle organizzazioni internazionali, tirano le fila, discutono strategie geopolitiche, stringono alleanze e vendono armi. I giovani, spesso contadini, operai, studenti, vengono reclutati o obbligati, mandati a uccidere e a morire in nome di ideali che non hanno scelto. E restano a terra, nei campi di battaglia, quasi mai conosciuti: un groviglio di storie spezzate, di sogni interrotti, di famiglie distrutte.
Eppure, è proprio quando la voglia di distruzione sembra aver preso il sopravvento che l’essere umano è capace di incredibili atti di solidarietà e creazione. Nei corridoi degli ospedali improvvisati a Gaza, medici volontari provenienti da tutto il mondo condividono sforzi e competenze per salvare vite. Sui treni umanitari diretti a Khartum o al Tigrè, infermieri e operatori sociali rischiano la propria pelle pur di portare cibo, acqua e medicine. In Europa, reti di volontari si organizzano per accogliere i profughi ucraini e offrire assistenza psicologica ai bambini traumatizzati. Sono storie di coraggio e di speranza, che fioriscono nel cuore dell’oscurità.
In Italia, dove l’articolo 11 della Costituzione recita ancora: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, diventa dovere morale e politico riportare al centro la via diplomatica. Non si tratta di debolezza, ma di lungimiranza: negoziare significa riconoscere che il dialogo e la ragione possono cancellare l’odio più inestirpabile. L’idea che “colpire per primi” sia sinonimo di forza è un abbaglio suicida, perché rafforza solo i dittatori e gli autocrati che hanno bisogno di un nemico esterno per giustificare il proprio potere interno.
La pace, al contrario, nasce dalla vulnerabilità: ammettere che abbiamo tutti un comune destino di vita e di morte, che nessun uomo è un’isola. Quando l’Italia e l’Europa investiranno in missioni di pace autentiche—non interventi militari camuffati, ma presidi civili, cooperazione allo sviluppo e mediazione culturale—potremo invertire la rotta. Le Assemblee internazionali, la Società Civile e le Organizzazioni Non Governative devono essere il fulcro di una strategia che punti non a contenere i conflitti, ma a prevenirli alla radice, intervenendo sulle cause strutturali: disuguaglianza economica, accesso alle risorse, riconoscimento dei diritti.
È vero, la strada è in salita. Il 67% dei cittadini europei teme ormai la terza guerra mondiale, e l’ombra del nucleare non è un ricordo del passato, ma una minaccia latente. Eppure, ogni gesto di pace—la firma di un trattato di non proliferazione, una tregua locale, un progetto di ricostruzione in una scuola bombardata—è un mattone per costruire un mondo diverso. In questo vicolo senza uscita in cui sembra che la furia bellica non lasci scampo, dobbiamo riscoprire la potenza della nostra umanità: la capacità di collaborazione, di cura, di perdono.
“Sopravvive il più collaborativo, non chi è più forte.” Solo se sapremo cooperare—cittadini, istituzioni, vecchi e giovani—potremo spezzare il corto circuito della guerra e riaprire sentieri di speranza. Perché la pace non è un ideale astratto, ma un compito concreto: costruire ponti anziché muri, coltivare la comprensione anziché l’odio, mettere la vita umana al centro di ogni decisione. E allora, quel posto che chiamiamo guerra non sarà più una malattia cieca, ma un monito da cui imparare a crescere insieme.
La guerra: Ammonizione di Valéry tragicamente attuale oggi
Tre titoli in italiano, comprendenti autori italiani e stranieri tradotti, che esplorano il tema della guerra, della pace e delle dinamiche generazionali descritte nel brano:
- La guerra, punto e a capo
- Autore: Francesco Galofaro
- Editore: Laterza, 2018
- Descrizione: Un’indagine sulla natura ricorrente della guerra nella storia dell’umanità e sulle contraddizioni del “corto circuito” bellico. Galofaro intreccia riflessioni filosofiche e resoconti giornalistici, evidenziando come i poteri di “vecchi” e “giovani” si siano sempre rincorsi e scontrati. Offre inoltre un’analisi delle cause economiche e ideologiche che spingono gli Stati a confliggere, e delle possibili vie d’uscita attraverso il multilateralismo e la diplomazia.
- Se questo è un uomo
- Autore (orig.): Primo Levi
- Editore: Einaudi, numerose edizioni (prima ed. 1947)
- Descrizione: Pur non trattando un conflitto contemporaneo, il classico di Primo Levi rimane un’opera imprescindibile per capire la dimensione umana della guerra e delle persecuzioni: testimonianza diretta delle atrocità del lager nazista, ci mostra le conseguenze estreme della violenza organizzata e l’importanza della memoria come strumento di prevenzione delle tragedie future. Il tema del “giovane” e del “vecchio” qui si insinua nel rapporto tra vittima e carnefice, e nella riflessione etica sull’essere umano.
- La pace è possibile: Storie di costruzione dal basso
- Autore (orig.): David Adams
- Traduzione italiana: Francesca De Sanctis
- Editore: Edizioni Gruppo Abele, 2021
- Descrizione: Scritto da un esperto di peacebuilding, il volume raccoglie casi di iniziative civili che hanno evitato o fermato focolai di guerra in diverse parti del mondo (Balcani, Africa, America Latina). Adams mostra come la prevenzione e la risoluzione dei conflitti passino attraverso azioni di base — dialogo interculturale, educazione alla non violenza, economia sociale — ribaltando la logica della forza e mettendo in luce il potere trasformativo della collaborazione.
Questi tre testi offrono una prospettiva storica e contemporanea sul tema, combinando analisi teorica, testimonianze dirette e proposte concrete per promuovere culture di pace e prevenire il ripetersi delle tragedie belliche.

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