Gaza, Iran, Israele e la morte della coscienza politica internazionale

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Gaza, Iran, Israele e la morte della coscienza politica internazionale

Mentre le immagini di Tel Aviv sventrata dai missili iraniani fanno il giro del mondo e Haifa brucia in diretta televisiva, Gaza continua a morire nel silenzio. Nonostante le grida, le manifestazioni, le denunce di crimini di guerra, la Palestina resta sospesa in un limbo di brutalità e indifferenza. La guerra tra Israele e Iran, esplosa dopo mesi di escalation, ha offerto alla macchina coloniale israeliana una nuova copertura: nel caos del conflitto, l’occupazione si è fatta più feroce, più rapida, più impunita.

Gaza, Iran, Israele e la morte della coscienza politica internazionale

Gaza, Iran, Israele e la morte della coscienza politica internazionale

E intanto, il mondo guarda. O peggio: gira la testa.

Come è potuto accadere tutto questo? La risposta non è nel presente, ma nella memoria. La storia ha già conosciuto l’indifferenza che uccide. L’ha vista ad Auschwitz, a Srebrenica, a Ruanda. Ma ogni volta, dopo l’orrore, si è giurato “mai più”. Eppure, oggi, in Palestina, il genocidio avanza senza sosta. Non è solo una parola gridata nelle piazze: è un’accusa documentata da giuristi, da organismi indipendenti, da relatori delle Nazioni Unite. È la sistematica distruzione della vita palestinese: bombardamenti su scuole, ospedali, campi profughi. Restrizioni su cibo, acqua, elettricità. La cancellazione della cultura, della memoria, dell’identità. Una punizione collettiva senza fine.

Il genocidio di Gaza è il buco nero morale del nostro tempo. Perché non si può più parlare solo di “conflitto”. Questo è un rapporto di forza ineguale, che riflette un ordine globale in cui il valore della vita è misurato su base etnica e politica. I bambini israeliani sono “vittime del terrorismo”. I bambini palestinesi, “danni collaterali”. Le case distrutte a Tel Aviv sono “un attacco alla democrazia”. Quelle a Rafah, “effetti secondari delle operazioni militari”. Una gerarchia di morte, radicata nei linguaggi, nei media, nelle diplomazie. Un mondo che ha appreso a convivere con l’apartheid, a tollerare l’occupazione, a giustificare l’annientamento in nome della “sicurezza”.

E la società civile? Troppo spesso ridotta a hashtag, manifesti, indignazione rituale. Ma anche qui non mancano le colpe. Quando il silenzio si fa sistema, quando le università licenziano chi osa parlare, quando le testate giornalistiche censurano chi racconta Gaza, allora il silenzio diventa complicità. Il prezzo della neutralità, oggi, è il genocidio. L’umanità è a un bivio: continuare a fingere che tutto sia troppo complesso per prendere posizione, oppure scegliere, finalmente, da che parte stare.

Il G7, riunitosi in Canada in questi giorni, ha mostrato in modo plastico la bancarotta morale della leadership occidentale. Mentre l’Iran colpiva Israele e le città israeliane contavano le vittime, Gaza era del tutto assente dalle discussioni ufficiali. L’unica priorità condivisa era la salvaguardia dell’ordine internazionale e della stabilità energetica, non il rispetto del diritto internazionale. Nessun richiamo concreto alla fine dell’occupazione. Nessuna pressione su Israele per fermare le operazioni a Rafah o revocare l’assedio totale a Gaza. Solo dichiarazioni formali sul “diritto all’autodifesa” – ma di quale autodifesa si tratta, quando uno Stato militarizzato demolisce un popolo intero?

Nel frattempo, l’Iran ha risposto agli attacchi israeliani con centinaia di missili, causando vittime civili e ulteriori tensioni in un Medio Oriente già in frantumi. Ma non si può comprendere questo conflitto senza ricordare la lunga catena di provocazioni, bombardamenti e sanzioni che ha alimentato la radicalizzazione. La violenza dell’Iran è inaccettabile. Ma la responsabilità politica è collettiva: è dei governi che hanno chiuso ogni spazio per la diplomazia, delle potenze che hanno preferito armare piuttosto che disinnescare, dei leader che hanno usato la guerra come strumento di consenso interno.

E allora, quale speranza resta?

Le parole, forse. La parola come forma di resistenza, come memoria vivente. Perché anche quando tutto sembra perduto, anche quando Gaza è ridotta in macerie, le parole possono ancora trasmettere verità. Scrivere è un obbligo morale. Scrivere significa impedire che domani qualcuno possa dire “non sapevo”. Significa rifiutare il cinismo, l’apatia, la disumanizzazione. Significa inchiodare la società alle sue omissioni e la politica alle sue responsabilità.

Non si tratta più solo di solidarietà con i palestinesi. Si tratta di salvare la nostra stessa idea di giustizia, di civiltà, di umanità. Perché oggi è Gaza, ma domani potrebbe essere altrove. Il genocidio come modello – non solo militare, ma culturale – rischia di diventare un precedente. Ogni volta che il potere decide che alcuni esseri umani valgono meno di altri, ogni volta che si legittima la violenza come forma di governo, si apre una breccia nella democrazia.

“Mai più” non deve essere uno slogan vuoto. Deve essere un impegno concreto. Deve significare giustizia, diritti, dignità per tutti. Deve significare la fine dell’impunità, l’apertura di processi internazionali, l’interruzione del commercio di armi. Deve significare ascoltare le voci palestinesi, proteggere i giornalisti sul campo, finanziare la ricostruzione, ma anche l’educazione alla pace.

Il genocidio non accade mai all’improvviso. È un processo, una spirale, un veleno che cresce nel silenzio e nella normalizzazione. E l’unico antidoto possibile è la consapevolezza. Una consapevolezza che chiama ciascuno di noi a non restare spettatore. Perché ogni volta che scegliamo di tacere, lasciamo che la storia si ripeta. E ogni volta che qualcuno osa parlare, rompe quella spirale e riapre uno spiraglio di speranza.

Oggi Gaza brucia. Ma la storia non è ancora finita. Sta a noi decidere cosa ne faremo.

Gaza, Iran, Israele e la morte della coscienza politica internazionale

Tre libri in italiano che affrontano il tema del conflitto israelo-palestinese, del genocidio, della responsabilità morale e politica, e del silenzio delle democrazie occidentali:


1. Rula Jebreal – Genocidio. Israele e la guerra contro i bambini di Gaza

Editore: Feltrinelli (2024)
Tema:
Jebreal, giornalista e analista politica di origini palestinesi, denuncia in questo saggio l’orrore del massacro di civili a Gaza, con un focus particolare sullo sterminio sistematico dei bambini. Il libro accusa il silenzio complice dell’Occidente e smaschera la narrativa dominante, chiedendo giustizia e responsabilità internazionale. Una riflessione sulla bancarotta morale delle democrazie e sull’urgenza di una presa di posizione chiara e inequivocabile.


2. Ilan Pappé – La pulizia etnica della Palestina

Titolo originale: The Ethnic Cleansing of Palestine
Traduzione: Angelo D’Orsi
Editore: Fazi Editore
Anno: 2008 (edizione italiana)
Tema:
Lo storico israeliano Ilan Pappé documenta, attraverso archivi militari e testimonianze dirette, il progetto deliberato di espulsione dei palestinesi durante la creazione dello Stato di Israele nel 1948. È un testo fondamentale per comprendere le radici storiche del conflitto e la natura coloniale dell’occupazione. Pappé smonta il mito della “terra senza popolo” e denuncia un processo che oggi molti studiosi considerano parte di una strategia di pulizia etnica.


3. Gideon Levy – Il castigo di Gaza

Titolo originale: The Punishment of Gaza
Traduzione: Cristina Vezzaro
Editore: Fazi Editore
Anno: 2010
Tema:
Gideon Levy, giornalista israeliano del quotidiano Haaretz, raccoglie in questo libro i suoi reportage da Gaza tra il 2006 e il 2009. Con lucidità e indignazione morale, racconta le sofferenze della popolazione civile sotto l’assedio israeliano, criticando con forza il cinismo della politica israeliana e l’ipocrisia delle potenze occidentali. Un’opera che dà voce agli invisibili, smascherando la narrativa dominante nei media mainstream.


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