Draghi a Rimini: Europa tra lo scetticismo e la rinascita geopolitica

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Draghi a Rimini: Europa tra lo scetticismo e la rinascita geopolitica

Al Meeting di Rimini 2025, Mario Draghi ha preso la parola con un discorso che non è stato soltanto un’analisi delle difficoltà dell’Europa, ma anche un appello a non rassegnarsi alla marginalità. Le sue parole hanno fotografato con chiarezza un continente in bilico tra il peso della sua storia e la necessità di ridefinire un ruolo in un mondo dove la forza economica non basta più a garantire autorevolezza politica.

Draghi a Rimini: Europa tra lo scetticismo e la rinascita geopolitica

L’ex presidente della Banca centrale europea ha puntato il dito contro un’illusione che ha accompagnato Bruxelles per decenni: credere che la dimensione economica e i suoi 450 milioni di consumatori potessero tradursi automaticamente in potere geopolitico. Il 2025, con l’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti di Trump e la richiesta di aumentare le spese militari, ha segnato la fine di questa convinzione. Non bastano più il mercato unico, le regole del commercio multilaterale e il ruolo di arbitro: oggi contano la capacità di difesa, il controllo delle tecnologie critiche, l’accesso alle materie prime.

Europa spettatrice o protagonista?

Draghi non ha nascosto la delusione per il ruolo marginale giocato dall’Unione Europea nei negoziati di pace in Ucraina, pur essendo il principale contributore finanziario del conflitto. Ancora più amaro il passaggio sulla Cina, capace di approfittare della fragilità europea riversando nel nostro continente l’eccesso di produzione industriale e rafforzando la dipendenza con il monopolio sulle terre rare.

Così, mentre Washington detta l’agenda militare e Pechino quella industriale, l’Europa si ritrova spesso spettatrice, anche di fronte a eventi drammatici come i bombardamenti ai siti nucleari iraniani o all’aggravarsi della tragedia di Gaza. L’illusione che bastasse la forza economica per essere ascoltati si è dissolta: oggi il dubbio riguarda la stessa capacità dell’Unione di difendere i suoi valori fondativi – pace, libertà, sovranità, equità.

Uno sguardo indietro per capire il presente

Il ragionamento di Draghi è stato lucido: l’Europa del dopoguerra nacque come risposta al fallimento degli stati nazionali, incapaci di proteggere i propri cittadini dalla spirale di violenza che aveva condotto alla Seconda guerra mondiale. L’Unione Europea fu allora un progetto politico prima ancora che economico: un’architettura collettiva costruita per impedire nuovi conflitti.

Negli anni Ottanta e Novanta, però, l’Unione si è adattata al paradigma neoliberale: libero scambio, riduzione del potere degli stati nazionali, fiducia cieca nei mercati. Quel mondo oggi non esiste più. Gli Stati usano la leva militare ed economica per difendere i propri interessi e la competizione tecnologica ha sostituito il commercio come terreno principale di confronto.

Le due strade indicate da Draghi

Il cuore del discorso ha individuato due direttrici fondamentali per rilanciare l’Unione: il mercato interno e la tecnologia.

Sul primo fronte, Draghi ha denunciato i costi enormi delle barriere ancora esistenti tra i paesi membri. L’esempio della spesa militare è lampante: a fronte di 2 trilioni di euro programmati entro il 2031, la frammentazione europea comporta ostacoli equivalenti a tariffe del 64% sui macchinari e del 95% sui metalli. Risultato? Gare d’appalto più lente, costi maggiori e spesso acquisti fuori dall’Europa.

Sul secondo fronte, la questione tecnologica: senza investimenti comuni e coordinati, nessun Paese europeo potrà competere nella corsa ai semiconduttori, all’intelligenza artificiale, alle energie rinnovabili. Draghi ha ricordato come i progetti europei restino spesso frammentati, nazionali, troppo piccoli per reggere il confronto con i colossi americani o cinesi. La Corte dei Conti europea stessa ha segnalato l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi al 2030 senza un salto di scala.

Debito “buono” e sovranità condivisa

Qui l’ex premier ha rilanciato un suo vecchio cavallo di battaglia: distinguere tra debito “cattivo”, che finanzia solo la spesa corrente, e debito “buono”, capace di sostenere investimenti strategici. Ma, ha ammonito, oggi il debito buono non può più essere sostenuto solo a livello nazionale. Serve debito comune europeo, altrimenti i progetti di difesa, energia e tecnologia resteranno sogni irrealizzati.

Il nodo politico e la sfida del futuro

Il messaggio di Draghi è chiaro: l’Europa non può tornare alla sovranità nazionale, pena l’essere schiacciata tra le superpotenze. Ma neppure può pensare di affrontare il futuro con le stesse ricette del passato. La sfida è politica prima ancora che economica: trasformarsi da un’unione che regola e arbitra a un soggetto che decide, investe e difende i propri interessi.

Il suo discorso ha toccato corde profonde. Ha ricordato come l’adesione all’Unione sia stata per anni legata alla promessa di prosperità economica, promessa che negli ultimi trent’anni si è indebolita rispetto ad altre aree del mondo. Per questo oggi cresce lo scetticismo, specie tra le nuove generazioni che danno per scontata la democrazia e la pace.

Ma Draghi ha ribaltato la prospettiva: proprio lo scetticismo, ha detto, può essere un motore di cambiamento se si traduce in impegno e partecipazione.

Quale Europa nel 2030?

La riflessione non riguarda solo i governi ma i cittadini stessi. In un mondo dove gli Stati Uniti riscrivono regole commerciali e strategiche, la Cina detta le condizioni industriali e nuove potenze emergenti reclamano spazio, quale ruolo può avere l’Europa? Vuole essere protagonista o si accontenterà di reagire alle decisioni altrui?

L’ex presidente della BCE ha ricordato esempi recenti di resilienza: dalla risposta alla pandemia con il Next Generation EU alla compattezza contro l’invasione russa. Segnali che l’Unione, quando costretta, sa muoversi con rapidità e determinazione. Ma oggi – ha ammonito – non basta reagire alle emergenze: serve la stessa energia per costruire in tempi ordinari.

Una sfida che ci riguarda tutti

La conclusione di Draghi a Rimini ha lasciato spazio a un monito ma anche a una speranza. Non possiamo più illuderci che il mondo aspetti i tempi lenti di Bruxelles: servono decisioni rapide, obiettivi chiari e soprattutto una nuova unità politica. Solo così l’Europa potrà tornare a parlare con voce unica davanti a Trump, a Pechino e alle sfide globali che ci attendono.

Il futuro, ha detto, può essere cambiato. Ma dipenderà dalla capacità degli europei di trasformare lo scetticismo in azione concreta. Perché l’Europa, al di là dei suoi trattati e delle sue istituzioni, rimane uno strumento: e la direzione che prenderà è nelle mani dei suoi cittadini.

Draghi a Rimini: Europa tra lo scetticismo e la rinascita geopolitica

Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano temi affini al discorso di Draghi e al rapporto Europa-Stati Uniti-ordine mondiale:

  1. Emmanuel Todd – La sconfitta dell’Occidente (Laterza, 2024)
    Un’analisi lucida e provocatoria sulle fragilità interne dell’Occidente, con particolare attenzione al declino di Stati Uniti ed Europa e alla ridefinizione dei rapporti di forza globali.
  2. Ivan Krastev e Mark Leonard – L’età dell’unipolarità è finita. Geopolitica del nuovo disordine mondiale (Feltrinelli, 2023)
    Due tra i più autorevoli analisti europei di politica internazionale riflettono sul tramonto dell’ordine liberale e sulle sfide che attendono l’Europa in un mondo sempre più frammentato e dominato dalle grandi potenze.
  3. Robert Kagan – Il ritorno della storia e la fine dei sogni (Mondadori, trad. it.)
    Un classico della riflessione geopolitica: Kagan mette in guardia contro le illusioni di un ordine mondiale stabile e sottolinea come la competizione tra potenze sia tornata al centro della scena, un monito che risuona fortemente anche nel 2025.
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