Guerra, media e potere: come nasce l’emergenza continua globale

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Guerra, media e potere: come nasce l’emergenza continua globale

Viviamo davvero nell’epoca più pericolosa della storia contemporanea oppure siamo immersi in una gigantesca macchina della paura? È la domanda che attraversa il nostro tempo e che il pensiero di Pino Arlacchi affronta con radicalità, unendo analisi scientifica e tensione etica. Guerre, terrorismo, criminalità, pandemie, migrazioni, crisi energetiche: il presente sembra una successione continua di emergenze. I media scandiscono il ritmo dell’angoscia globale, mentre governi e apparati di sicurezza alimentano la percezione di vivere sull’orlo del collasso permanente.

Guerra, media e potere: come nasce l’emergenza continua globale

Eppure i dati raccontano una realtà più complessa.

Questo non significa negare la gravità del momento storico. Il mondo oggi è attraversato da conflitti devastanti: la guerra tra Russia e Ucraina continua a ridisegnare gli equilibri europei; il Medio Oriente resta segnato dalla crisi di Gaza e dalle tensioni con l’Iran; il Sudan vive una delle più gravi catastrofi umanitarie contemporanee; in Asia crescono le tensioni strategiche tra Cina, Stati Uniti e area indo-pacifica.

La geopolitica globale è inoltre aggravata dalla nuova stagione dei dazi commerciali e dalla competizione economica tra blocchi. Stati Uniti, Cina ed Europa stanno costruendo economie sempre più protette, con conseguenze dirette sul costo dell’energia, sulle filiere industriali e sull’inflazione. Dopo la crisi energetica esplosa con la guerra in Ucraina, il mondo ha accelerato la corsa al riarmo e alla sicurezza strategica. Nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto il record di 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita.

Eppure, dentro questo scenario teso e frammentato, si nasconde una verità meno raccontata: la violenza umana, nel lungo periodo storico, non è aumentata. In molti ambiti è diminuita.

Secondo i dati del SIPRI, il numero di conflitti resta alto, ma la tendenza plurisecolare mostra una progressiva riduzione della violenza rispetto alla crescita della popolazione mondiale e un’espansione delle forme di cooperazione internazionale. Anche i dati sulla criminalità comune in diversi Paesi europei mostrano cali significativi degli omicidi rispetto ai decenni passati. In Italia, ad esempio, nel 2025 gli omicidi sono diminuiti del 15%, mentre i femminicidi hanno registrato una riduzione del 18%.

Il paradosso è evidente: mentre alcuni indicatori migliorano, la percezione collettiva del pericolo cresce.

Perché?

La risposta sta nella trasformazione del sistema mediatico e politico contemporaneo. L’economia dell’informazione vive sulla cattura dell’attenzione. E nulla cattura più della paura. Il flusso continuo delle breaking news produce un presente senza tregua, dove ogni crisi viene amplificata e resa permanente. La guerra non è più un evento straordinario ma uno sfondo costante. Il terrorismo, pur avendo oggi una capacità distruttiva inferiore rispetto ai picchi del passato recente, continua a occupare uno spazio simbolico enorme nell’immaginario collettivo.

Il risultato è una manipolazione percettiva profonda. Non necessariamente attraverso censure esplicite o propaganda tradizionale, ma tramite selezione narrativa, sovraesposizione emotiva e costruzione continua del nemico.

Le società contemporanee sembrano vivere in uno “stato d’allarme permanente”. Ogni emergenza prepara la successiva. Prima il terrorismo globale, poi le pandemie, quindi la guerra energetica, ora la paura dell’intelligenza artificiale e della destabilizzazione economica. L’angoscia collettiva diventa uno strumento di governo.

Ma proprio qui emerge la tesi più provocatoria: il problema non è soltanto la presenza delle minacce, ma l’incapacità di riconoscere anche i progressi reali dell’umanità.

Prendiamo il caso della cooperazione internazionale. Nonostante le tensioni geopolitiche, il mondo contemporaneo dispone di strumenti impensabili fino a pochi decenni fa: reti scientifiche globali, sistemi sanitari coordinati, organismi multilaterali, tecnologie energetiche avanzate, capacità produttive immense. La transizione energetica, pur lenta e contraddittoria, sta accelerando. Le energie rinnovabili crescono in quasi tutte le economie industriali, mentre il peso del carbone inizia lentamente a ridursi in diversi mercati strategici.

Anche sul piano sanitario e sociale, il progresso è evidente. La povertà estrema globale, rispetto agli anni Ottanta, si è drasticamente ridotta. L’aspettativa di vita mondiale è aumentata. Milioni di persone hanno avuto accesso a istruzione, cure e tecnologie prima impensabili.

Eppure questi avanzamenti vengono spesso oscurati dalla narrazione permanente della catastrofe.

Un esempio emblematico è l’epidemia di overdose da oppioidi negli Stati Uniti. Mentre il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente su minacce esterne e conflitti geopolitici, oltre un milione di americani è morto per overdose dagli anni Duemila, soprattutto a causa degli oppioidi sintetici come il fentanyl. È stata una delle più grandi tragedie sociali occidentali contemporanee, eppure per anni ha ricevuto meno attenzione simbolica rispetto ad altre paure più spendibili politicamente.

La selezione delle paure non è casuale. Alcuni pericoli producono consenso, altri costringono a mettere in discussione il sistema economico e culturale dominante.

È qui che il pensiero critico diventa decisivo.

La vera sfida del XXI secolo non è soltanto fermare guerre o affrontare crisi climatiche ed energetiche. È difendere l’autonomia delle coscienze in una società dove informazione, politica e algoritmi tendono a orientare emozioni e comportamenti collettivi.

Questo non significa negare i conflitti o minimizzare le tragedie. Significa evitare che la paura diventi l’unico linguaggio possibile della realtà.

Perché se guardiamo oltre il rumore permanente dell’emergenza, scopriamo qualcosa di sorprendente: l’umanità possiede oggi risorse tecnologiche, scientifiche e culturali sufficienti per affrontare problemi che un tempo appartenevano all’utopia politica. Fame, malattie, povertà estrema, dipendenza energetica e persino molti conflitti potrebbero essere ridimensionati attraverso cooperazione, redistribuzione e innovazione.

La domanda allora cambia radicalmente.

Non si tratta più di capire se siamo condannati al caos. Si tratta di capire se saremo capaci di liberarci dalle narrazioni tossiche che ci convincono ogni giorno dell’inevitabilità della paura, della guerra e dell’impotenza.

Perché il rischio più grande del nostro tempo non è soltanto la crisi geopolitica globale. È smettere di credere che il cambiamento sia ancora possibile.

Guerra, media e potere: come nasce l’emergenza continua globale

📚 Tre libri in italiano (tra autori italiani e opere tradotte) che esplorano in modo approfondito,
critico e aggiornato i temi dell’articolo.

📘 1. Contro la paura. La violenza diminuisce. I veri pericoli che minacciano la pace mondiale – Pino Arlacchi

Un saggio che unisce criminologia, sociologia e analisi geopolitica per smontare la narrazione di un mondo sempre più violento e incontrollabile. Arlacchi mostra come guerre, terrorismo e criminalità vengano spesso amplificati mediaticamente, mentre altri pericoli reali — come le disuguaglianze, le dipendenze e le crisi sociali — restano in secondo piano. Il libro denuncia la costruzione politica della paura e invita a recuperare una visione razionale della realtà contemporanea.
👉 Perché leggerlo: perché aiuta a comprendere come media, governi e apparati di potere influenzino la percezione collettiva dell’insicurezza globale.

📙 2. Le origini del totalitarismo – Hannah Arendt

Un classico del pensiero politico contemporaneo, ancora attualissimo nell’epoca delle polarizzazioni globali e della manipolazione delle masse. Arendt analizza i meccanismi attraverso cui paura, propaganda, isolamento sociale e costruzione del nemico favoriscono sistemi autoritari. Pur scritto nel Novecento, il libro offre strumenti fondamentali per leggere il presente segnato da populismi, guerre informative e crisi democratiche.
👉 Perché leggerlo: perché permette di capire come il controllo delle emozioni collettive possa trasformarsi in uno strumento di dominio politico.

📕 3. La società della stanchezza – Byung-Chul Han

Il filosofo sudcoreano analizza una società dominata da iperconnessione, prestazione continua e sovraccarico informativo. In un mondo attraversato da crisi permanenti, l’individuo contemporaneo vive in uno stato costante di pressione psicologica che favorisce ansia, paura e perdita di senso critico. Han mostra come il controllo oggi non passi più soltanto dalla repressione, ma dalla saturazione emotiva e cognitiva.
👉 Perché leggerlo: perché offre una chiave essenziale per comprendere il rapporto tra capitalismo digitale, manipolazione delle coscienze e crisi del pensiero critico.

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