Gaza al collasso, l’Europa si muove. Ma chi arma la guerra?

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Gaza al collasso, l’Europa si muove. Ma chi arma la guerra?

17 maggio 2025 – Nel pieno della devastazione che sta consumando la Striscia di Gaza, sette Paesi europei hanno firmato oggi a Tirana un documento congiunto per chiedere la cessazione immediata dell’operazione militare israeliana, lanciata sotto il nome evocativo e minaccioso di “Carri di Gedeone”. Il premier spagnolo Pedro Sánchez, promotore dell’iniziativa, ha guidato lo sforzo diplomatico volto a imprimere una svolta nella posizione europea, spesso percepita come timida e ambigua nel contesto israelo-palestinese.

Gaza al collasso, l’Europa si muove. Ma chi arma la guerra?

Gaza al collasso, l’Europa si muove. Ma chi arma la guerra?

Alla firma si sono uniti la Spagna, l’Irlanda, la Slovenia, la Norvegia, il Belgio, il Lussemburgo e il Portogallo. Paesi che, pur tra mille esitazioni, hanno deciso di alzare la voce contro l’escalation militare di Tel Aviv nella Striscia, dove nelle ultime 24 ore si contano oltre 150 vittime civili, tra cui decine di bambini. L’ONU lancia l’allarme: “Nella Striscia di Gaza si muore di fame”. Le agenzie umanitarie denunciano il blocco completo degli aiuti e l’impossibilità per la popolazione di accedere a acqua potabile, cure mediche, elettricità.

Intanto, la Lega Araba si è riunita per un vertice straordinario. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha chiesto un cessate il fuoco permanente.

Nel frattempo, dall’Iran arriva una dichiarazione durissima della Guida Suprema Ali Khamenei: “Trump mente sulla pace a Gaza”, mentre fonti della NBC rivelano un presunto piano del presidente USA Donald Trump per trasferire un milione di palestinesi in Libia, in quella che sarebbe un’operazione di deportazione di massa senza precedenti nella storia recente. Le sue parole trovano eco nella crescente indignazione internazionale, ma scontrano con una realtà ineludibile: i principali fornitori di armi a Israele continuano ad alimentare il conflitto, rendendo ipocrite molte delle dichiarazioni ufficiali.

Chi arma Israele?

Israele, nonostante l’isolamento diplomatico in alcune sedi internazionali, continua a godere di un sostegno militare vasto e costante. Il primo fornitore di armi allo Stato ebraico sono gli Stati Uniti d’America, che garantiscono ogni anno miliardi di dollari in aiuti militari. Soltanto nel 2023, secondo dati del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Washington ha trasferito a Israele sistemi d’arma per un valore superiore ai 3,3 miliardi di dollari. Si tratta di jet F-35, missili guidati, munizioni a grappolo, blindati e sistemi di difesa come l’Iron Dome, ritenuto essenziale per la protezione del territorio israeliano.

Dietro gli USA, il secondo fornitore di armamenti a Israele è la Germania, che negli ultimi anni ha rafforzato significativamente le sue relazioni militari con Tel Aviv. Berlino ha fornito sottomarini avanzati (modello Dolphin) in grado anche di trasportare armi nucleari. Queste forniture, in parte finanziate dallo Stato tedesco stesso, sono spesso giustificate da Berlino come riparazione morale per l’Olocausto. Tuttavia, in un contesto in cui armi tedesche vengono oggi impiegate in territori densamente popolati come Gaza, la narrativa comincia a mostrare crepe.

Meno noto ma altrettanto significativo è il ruolo dell’Italia, che si colloca come terzo fornitore di armamenti a Israele. Il nostro Paese, attraverso aziende come Leonardo S.p.A., ha esportato in Israele elicotteri, droni da sorveglianza, componenti aerospaziali e tecnologie di puntamento. Secondo la Rete Italiana Pace e Disarmo, tra il 2018 e il 2023 l’Italia ha autorizzato vendite di armi a Israele per circa 200 milioni di euro. Anche in piena crisi umanitaria, come quella attuale, le licenze continuano a essere attive.

Guerra e diplomazia: due strade che si incrociano

La nuova offensiva israeliana, ribattezzata Operazione Carri di Gedeone, è stata annunciata con toni bellicosi dal ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, figura di spicco dell’estrema destra israeliana. In un comunicato rilasciato oggi, Ben Gvir ha affermato: “Dobbiamo ora entrare a Gaza con tutte le nostre forze e finire l’opera: occupare, conquistare il territorio, schiacciare il nemico e liberare i nostri ostaggi con la forza”.

La dichiarazione riflette la linea dura del governo Netanyahu, deciso a schiacciare Hamas senza lasciare alcuno spazio a negoziati. Eppure, proprio oggi, fonti del gruppo islamista parlano per la prima volta di “colloqui senza precondizioni”. Una mossa definita da Ben Gvir come “falsa flessibilità”, da affrontare con maggior durezza militare e non con aperture diplomatiche.

Ma la realtà è che ogni ora in più di guerra allontana la possibilità di un accordo. Ogni bomba che cade a Gaza compromette ulteriormente la già fragile infrastruttura civile, aumenta il numero delle vittime innocenti e radicalizza entrambe le parti. E tutto questo accade con armi prodotte anche nei nostri Paesi, esportate da governi che – con una mano – firmano appelli per la pace, e con l’altra – firmano autorizzazioni all’esportazione militare.

Un’Europa divisa

Il documento firmato oggi a Tirana rappresenta una frattura interna all’Unione Europea. I grandi assenti sono la Francia e soprattutto la Germania, troppo coinvolte negli equilibri strategici del Medio Oriente per prendere posizioni nette. L’Italia, terzo esportatore di armi a Israele, non ha firmato il documento, mantenendo una posizione ambigua che riflette la difficoltà politica del governo Meloni nell’assumere una linea autonoma rispetto a Washington e Tel Aviv.

In questo quadro, le parole non bastano più. La pace non si costruisce solo con appelli e condanne, ma con scelte concrete: interrompere le forniture militari a chi bombarda i civili è una di queste. O l’Europa continuerà a essere, suo malgrado, complice del massacro che si consuma a Gaza.

Gaza al collasso, l’Europa si muove. Ma chi arma la guerra?

Tre libri in italiano, anche di autori stranieri tradotti, che affrontano in modo serio e documentato il tema del conflitto israelo-palestinese, delle sue radici storiche e del ruolo dell’Occidente, inclusa la questione delle forniture militari:


1. “La questione palestinese” – Ilan Pappé

📘 Titolo originale: The Palestine Question
📍 Autore: Ilan Pappé (storico israeliano)
📚 Editore italiano: Fazi Editore
🗓️ Anno edizione italiana: 2004 (ristampe successive disponibili)

Perché leggerlo:
È uno dei testi fondamentali per comprendere il conflitto israelo-palestinese dal punto di vista della “nuova storiografia israeliana”. Pappé ricostruisce la nascita dello Stato di Israele e l’espulsione dei palestinesi (la Nakba) con approccio critico, contestando la narrazione ufficiale. Affronta anche il ruolo delle potenze occidentali, inclusa la complicità nel fornire armi e legittimità internazionale.


2. “Palestina. Pulizia etnica, occupazione, apartheid” – Nurit Peled-Elhanan

📘 Titolo originale: Palestine in Israeli School Books
📍 Autrice: Nurit Peled-Elhanan (accademica israeliana, Premio Sakharov per la libertà di pensiero)
📚 Editore italiano: DeriveApprodi
🗓️ Anno edizione italiana: 2014

Perché leggerlo:
Analizza come il sistema educativo israeliano trasmette una narrazione razzista e militarista del conflitto, con riflessioni sul concetto di occupazione e disumanizzazione. Un testo forte, toccante, che mette in luce anche le responsabilità occidentali. Non si concentra solo sull’aspetto storico ma anche su come il conflitto è costruito culturalmente.


3. “Fuoco su Gaza. Le verità scomode del conflitto israelo-palestinese” – Gideon Levy

📘 Titolo originale: The Punishment of Gaza
📍 Autore: Gideon Levy (giornalista israeliano del quotidiano Haaretz)
📚 Editore italiano: Zambon Editore
🗓️ Anno edizione italiana: 2010

Perché leggerlo:
Una raccolta di articoli e saggi scritti tra il 2006 e il 2009, in cui Levy denuncia la violenza dell’occupazione israeliana, le stragi a Gaza e l’indifferenza della comunità internazionale. Analizza anche le connessioni militari tra Israele e le potenze mondiali, in primis gli Stati Uniti e l’Europa.

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