27 gennaio: la memoria come argine al presente

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27 gennaio: la memoria come argine al presente

Il 27 gennaio non è una data come le altre. È il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono alle porte di Oświęcim, in Polonia, scoprendo il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Quel giorno il mondo vide, per la prima volta in modo compiuto, l’orrore industriale della Shoah: corpi ridotti a numeri, vite annientate, un sistema costruito per cancellare l’umanità. Da allora, il Giorno della Memoria non è solo una commemorazione. È una chiamata in causa.

27 gennaio: la memoria come argine al presente

Oggi, nel 2026, quella chiamata risuona con una forza nuova e inquietante. Il mondo è attraversato da conflitti armati, guerre che colpiscono soprattutto i civili, deportazioni, assedi, discorsi d’odio che tornano a circolare con inquietante disinvoltura. La memoria della Shoah non appartiene al passato remoto: è uno specchio che ci obbliga a guardare il presente.

La scoperta di Auschwitz fu uno shock morale globale. Le testimonianze dei sopravvissuti resero evidente ciò che fino ad allora molti avevano rifiutato di credere: il genocidio non era un eccesso della guerra, ma un progetto politico. Ricordarlo oggi significa interrogarsi su come si arriva a quel punto. La storia insegna che tutto comincia quando alcuni hanno diritti e altri no, quando una parte dell’umanità viene definita “nemica”, “inferiore”, “sacrificabile”.

Le storie individuali rendono questo processo comprensibile più di qualsiasi numero. In Stelle nascoste. La Shoah nei ricordi di un bambino, Nando Tagliacozzo racconta l’infanzia spezzata dalle leggi razziali e dalla violenza nazista. Nato nel 1938, entra nel mondo insieme alla discriminazione. La sua memoria è fatta di silenzi, di paure senza nome, di un vuoto improvviso: la sorellina Ada, la nonna e lo zio deportati il 16 ottobre 1943 dal ghetto di Roma, mai più tornati. Nando sopravvive, ma a quale prezzo? Dimenticare diventa una strategia di sopravvivenza. Solo l’incontro con un’altra bambina, anni dopo, riapre la ferita e restituisce un nome al dolore.

È una lezione fondamentale, soprattutto per le nuove generazioni: la memoria non è un archivio immobile, ma un atto che si rinnova nel presente. Ricordare è anche prendersi cura di chi è rimasto, di chi porta il trauma addosso come una seconda pelle.

Un’altra testimonianza, altrettanto potente, è quella di Giuseppe Di Porto, protagonista de Il pane e il cucchiaio. La storia detta due volte. Deportato ad Auschwitz-Monowitz, lo stesso campo di Primo Levi, Di Porto racconta la fame come strumento di annientamento. Il pane, simbolo di vita, diventa ossessione; il cucchiaio, oggetto minimo, assume un valore straordinario. La “demoralizzazione”, come la chiama lui, è la perdita progressiva dell’umanità, che colpisce le vittime ma corrompe anche gli aguzzini. Raccontare due volte la stessa storia significa mostrarne le stratificazioni, il lavoro della memoria, il tempo necessario per trovare le parole. È anche una riflessione sul valore della testimonianza orale e sul dovere di ascoltare.

Ma la memoria non è solo racconto: è anche responsabilità. Renzo Fracalossi, in Entrare nel male, mette in guardia da una deriva sempre più diffusa: la visita ai campi di concentramento come esperienza turistica, superficiale, svuotata di senso. Un campo non è un luogo neutro. È una storia che chiede conoscenza, rispetto, lutto. Visitare Auschwitz, oggi, significa dotarsi di “anticorpi” contro la banalità del male, capire che il sistema concentrazionario non nasce all’improvviso, ma cresce in un clima di indifferenza, consenso, obbedienza.

Questo è il punto che rende il Giorno della Memoria drammaticamente attuale. Primo Levi, nella poesia Shemà che apre Se questo è un uomo, non chiede solo di ricordare: comanda di farlo. “Meditate che questo è stato”, scrive. Scolpitele nel vostro cuore, ripetetele ai vostri figli. La memoria diventa un imperativo morale, un dovere civile. Non ricordare è una colpa che produce conseguenze.

Nel tempo presente, segnato da nuove guerre e da sofferenze di massa, questo imperativo interroga le nostre coscienze. Dopo la Shoah, l’umanità si è data regole precise: il diritto internazionale, le convenzioni sui diritti umani, il principio che alcuni crimini non sono mai giustificabili. Eppure, ancora oggi, assistiamo a conflitti in cui la popolazione civile paga il prezzo più alto. Nel dibattito internazionale contemporaneo, molte organizzazioni umanitarie e giuristi parlano apertamente di crimini di guerra e, in alcuni casi, di rischio o accusa di genocidio, anche rispetto a quanto accade in Palestina. Sono parole pesanti, che dividono, ma che non possono essere liquidate con leggerezza.

Il Giorno della Memoria non serve a stabilire gerarchie del dolore, né a usare la Shoah come arma retorica. Serve a ribadire un principio semplice e radicale: dopo Auschwitz, non è accettabile che un popolo venga disumanizzato, assediato, privato dei diritti fondamentali. Mai più non può valere “solo per alcuni”.

Ricordare significa vigilare. Significa riconoscere i segnali, opporsi alla logica per cui la violenza diventa normale, necessaria, inevitabile. Il 27 gennaio non è solo uno sguardo al passato: è una domanda sul presente e una responsabilità verso il futuro. Mai più per nessuno.

27 gennaio: la memoria come argine al presente

Quattro libri in italiano che esplorano in modo approfondito, critico e aggiornato i temi della Shoah, della memoria, dell’esperienza nei campi e della responsabilità storica e civile – adatti a lettori, studenti, docenti, riviste culturali, blog tematici e testate online:


📚 1. Stelle nascoste. La Shoah nei ricordi di un bambino

Autore: Nando Tagliacozzo
Una testimonianza toccante e originale che racconta la Shoah dal punto di vista di chi era bambino quando la violenza razzista e genocida entrò nella vita familiare e quotidiana. La memoria di Nando Tagliacozzo mostra come il trauma può trasformare la vita, spingendo a dimenticare per sopravvivere, e come la memoria possa riaccendersi attraverso l’incontro con nuove generazioni. Questo libro dimostra che la storia non è un passato distante, ma una relazione viva tra chi ha vissuto l’orrore e chi oggi sceglie di ascoltare.


📚 2. Il pane e il cucchiaio. La storia detta due volte

Autore: Giuseppe Di Porto, con Alessandro Portelli e Micaela Procaccia
Un racconto di deportazione ad Auschwitz-Monowitz che va oltre la cronaca per offrire una riflessione profonda sulla fame, la dignità, l’umanità. Il pane e il cucchiaio diventano simboli potenti di ciò che la macchina genocidaria nazista voleva distruggere: il corpo, la socialità, la speranza. Il libro intreccia testimonianza personale e metodologia della storia orale, mostrando come la memoria si costruisca nel tempo, raccontata due volte, con nuove prospettive che rivelano significati più ampi nella vicenda individuale.


📚 3. Entrare nel male. Premesse per visitare un campo di concentramento

Autore: Renzo Fracalossi
Un saggio che guida il lettore ad affrontare con profondità e rispetto l’esperienza di una visita a un campo di concentramento. Fracalossi analizza la complessità storica del fenomeno concentrazionario e invita a superare approcci superficiali o turistici, per comprendere invece le dinamiche culturali, morali e documentali che hanno reso possibile l’Olocausto. Un’opera fondamentale per chi vuole trasformare la visita in un atto di memoria consapevole e non rituale.


📚 4. Se questo è un uomo

Autore: Primo Levi
Un classico imprescindibile della letteratura del Novecento, questo libro non è solo testimonianza: è un’indagine profonda sulla natura dell’uomo, sulla dignità, sulla fatica di restare umani in circostanze estreme. Attraverso il celebre poema Shemà, Levi invita il lettore a “considerare” e “meditare” ciò che è stato, trasformando la memoria storica in una responsabilità personale e collettiva. Il testo resta uno strumento insostituibile per comprendere la Shoah, l’orrore dei lager e il valore etico di ricordare.

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